Kowloon- La Città Oscura
- Elisabetta Pierobon
- 5 feb 2025
- Tempo di lettura: 8 min
Inizio il mio blog esattamente dove il mio viaggio è cominciato; un luogo in cui mi ha portato il ‘destino’: una piccola 'meraviglia' perduta.
Kowloon -The city of Darkness*
Ci troviamo, con l’immaginazione, in un posto unico, un punto di incontro tra due grandi tradizioni; un luogo con un nome dolce che in Occidente si traduce "porto profumato" e che in Oriente si dice Hong Kong.
Qui, protetta e ‘nascosta’ da una cinta di mura è nata una città nella città; un mondo a sé stante che fonda le sue origini intorno all’anno 1000, ai tempi della dinastia Sung. Agli inizi era solo un piccolo forte e svolgeva una attività di controllo sul commercio del sale. Poi, con la prima e la seconda guerra dell’oppio, Hong Kong e Kowloon passarono sotto il dominio inglese. Con una sola eccezione: un piccolo spazio di dominio cinese all’interno dei territori britannici, la città murata di Kowloon. Essa rimase sotto il controllo cinese fino al 1899 anno in cui, unilateralmente, gli inglesi decisero di prendere possesso dell’area. E da quel momento la città divenne, di fatto, territorio di…nessuno! Da un lato, infatti, i cinesi non avevano alcuna intenzione di aprire una nuova disputa e un nuovo conflitto, dall’altro gli inglesi non avevano alcun interesse ad intervenire nelle questioni della città murata di Kowloon per evitare altre proteste. La città, abbandonata a sé stessa, cominciò a spopolarsi e cadde in rovina. Ma una terra di nessuno, senza governo, senza leggi e senza controlli, è un posto che interessa a molti. Decenni e due guerre mondiali dopo la città tornò a ripopolarsi grazie a un moderato ma costante flusso di persone. Le mura della città furono abbattute dopo l’invasione giapponese, durante la Seconda guerra mondiale, per costruire l’aeroporto di Kai Tak. Ma il vero sviluppo della città murata si ebbe qualche anno dopo la fine della guerra, nel 1949, anno in cui fu proclamata la Repubblica Popolare Cinese, in occasione della forte ondata migratoria dalla Cina. Le persone portarono con loro tutta la loro vita: gli affetti, le professioni e anche i vizi che trovarono terreno fertile in una città senza regole. Kowloon divenne presto attrattiva per i trafficanti di droga ed esponenti delle attività criminose compresi i membri delle organizzazioni mafiose cinesi. Infatti, anche se inglesi e cinesi si disinteressavano della città murata, la città non era veramente priva di controllo: almeno fino agli anni ‘70, il potere in città era in mano alle organizzazioni mafiose, le triadi. Bordelli, centri scommesse, casinò e rivenditori di oppio trovarono il loro spazio a Kowloon e potevano operare sostanzialmente incontrastati in un’area che, giorno dopo giorno diventava sempre più popolosa. Tra coloro che approfittarono dell’assenza di controlli ci furono anche medici e dentisti, alcuni, professionisti senza licenza che altrove non avevano il permesso di operare regolarmente, altri, veri e propri dottori improvvisati e/o ciarlatani. L’unico ristorante della città operava senza alcun controllo in assenza di condizioni igieniche tanto che i cuochi, a volte, erano costretti ad uccidere gli animali in strada per dimostrare ai clienti la freschezza della loro carne. Negli anni 70, in pieno boom economico di HK, il numero degli abitanti esplose triplicando nell’arco di 10 anni. Poiché non c’era nuovo terreno da occupare questa crescita non corrispose ad una espansione orizzontale ma portò alla costruzione di nuovi appartamenti, in verticale, uno sopra l’altro. Queste “aggiunte” alle costruzioni vennero effettuate senza la supervisione di ingegneri e architetti (e senza l'aiuto di maestri del feng shui!) poiché non c’era bisogno di nessuna autorizzazione governativa per costruire; gli unici limiti erano quelli di riuscire a trovare un accordo con i vicini e non superare l’altezza massima, fissata a 14 piani (per via del vicino aeroporto di Kai Tak). La maggior parte delle abitazioni non superava i 30 mq; erano anguste e poco vivibili ma costavano pochissimo ed erano quindi molto ambite sia come case sia come “aziende” e non solo per il costo molto basso ma anche per la mancanza di regolamenti e di tasse. I palazzi erano una specie di patchwork nel campo edile: ogni appartamento era diverso dagli altri, avevano colori e forme diverse tanto che a guardarli c’era da chiedersi come potessero rimanere in piedi. Come delle cellette, tutte schiacciate una a fianco all’altra, in continua progressione fino a che, dai piani più bassi e dalle strade, non c’era più modo di vedere il cielo. I palazzi vennero costruiti in modo tale da prevedere una fitta rete di corridoi che permettesse di recarsi da una parte all’altra della città senza dover camminare per le sue vie, larghe non più di due metri, che erano anguste, sporche e costantemente oscurate dai palazzi e dalle tubature. Erano talmente strette che, da fuori, risultavano invisibili e anche le 66 strade di accesso alla città, da lontano, erano difficilmente riconoscibili. Per percorrere le strade era necessario dotarsi di un ombrello per ripararsi dagli oggetti che potevano cadere dall’alto: rifiuti liquidi e solidi, mentre i rifiuti più pesanti venivano accatastati sulle terrazze che divennero di fatto delle discariche a cielo aperto. Questo era però l’unico punto della città dove si poteva respirare aria “pulita” e dove si poteva vedere il sole; per questo, nonostante tutto, i cittadini amavano radunarsi sui tetti dove potevano trascorrere un po’ di tempo libero e dove i bambini potevano giocare correndo e saltando, spesso anche da un tetto all’altro. L’unico altro punto da cui si poteva scorgere il sole nella città, perché più basso rispetto ai palazzi circostanti, era lo Yamen, un luogo adibito un tempo a residenza degli ufficiali. Nelle sue prossimità si trovava anche l’unica fonte di acqua dove le donne erano solite recarsi per raccogliere l’acqua potabile e lavare i vestiti. Più la popolazione cresceva e più le associazioni criminali si sviluppavano così come l’uso e abuso di pratiche e sostanze illegali: oppio ed eroina erano le più diffuse. Anche la prostituzione era pratica comune da parte di donne di ogni età e nell’arco dell’intera giornata: del resto non c’era differenza tra giorno e notte; la città era quasi sempre priva di luce tanto che cominciò ad essere chiamata la città dell’oscurità. Tuttavia, in questo posto dimenticato in cui i poliziotti, che non erano corrotti, difficilmente potevano e rischiavano di intervenire (anche se sembra che dagli anni ’50 una sorta di ronda regolare venisse effettuata), in quello che è lo spirito di contraddizione di HK, si era affiancata una comunità fatta di persone per bene, persone comuni, legate alle loro cose, alle loro famiglie, ai loro vicini e ai rapporti che si erano creati con essi. Persone che costruirono, a pochi passi da vere e proprie case del crimine, le loro oneste attività, scuole e asili per i propri figli e templi nei quali pregare. All'interno della città murata si svilupparono numerose piccole fabbriche e imprese soprattutto tessili, mentre alcuni residenti formarono dei gruppi per organizzare e migliorare la vita quotidiana. Un tentativo del governo nel 1963 di demolire alcune baracche in un angolo della città diede origine ad un "comitato anti-demolizione" che servì come base per la fondazione dell’associazione Kaifong da parte dei cittadini. Da quel momento associazioni di beneficenza, società religiose e altri gruppi di assistenza si introdussero gradualmente nel quartiere. Mentre cliniche mediche e scuole continuavano a essere non regolamentate, il governo di Hong Kong iniziò ad offrire alcuni servizi, come il regolare approvvigionamento idrico e la consegna della posta. A dispetto delle evidenze gli abitanti di Kowloon si erano perfettamente adattati e avevano trovato il loro posto, stabilito le loro abitudini, intrecciato le loro relazioni in uno dei luoghi più impossibili del mondo (con una densità abitativa di 1,2 abitanti per kmq). Avevano stabilito i loro ritmi di vita e creato una comunità aiutandosi l'un l'altro nel sopportare le difficoltà derivanti dal sovrappopolamento. In famiglia le mogli si occupavano delle pulizie, mentre le nonne si prendevano cura dei loro nipoti e anche dei bambini delle altre famiglie vicine. Lo Yamen, nel cuore della città, fungeva anche da importante centro sociale, un luogo dove i residenti discutevano, bevevano il tè, guardavano la televisione o ancora prendevano lezioni di calligrafia. Nel centro per anziani si tenevano riunioni religiose per i cristiani e per gli appartenenti alle altre confessioni religiose. Così, nel 1987, la notizia che la città murata sarebbe stata distrutta e le persone trasferite fu una vera doccia fredda per la popolazione. Per loro non si trattava di liberarsi da un incubo ma di stravolgere la propria intera vita; in occasione della demolizione venne eseguito il primo censimento della città che, alla fine, contava 33000 persone. Esse dovettero comprendere l’impossibilità di ricostruire l’intero villaggio e accettare l’idea di perdersi, di interrompere i momenti di condivisione, le relazioni e le amicizie che le avevano rese felici. Nel 1994 ebbe termine la demolizione della città e insieme alle case tutti dovettero dire addio a una parte della loro vita.
Al suo posto ora sorge un giardino e del complesso resta molto poco: lo Yamen al suo interno, un modellino in scala all’ingresso del parco, la sua storia presso il Museo e la memoria di chi ci ha vissuto oltre a foto, disegni e immagini che riempiono il network e diversi libri. Ce ne è uno in particolare che raccoglie fotografie e ricordi degli abitanti della città murata di Kowloon. In questo libro “City of Darkness”, lo scrittore di Hong Kong, Leung Ping Kwan, parla della città come «la cosa più vicina a una città auto sufficiente, auto regolante, auto determinante che sia mai stata costruita»; in fondo, come lui stesso afferma, la città murata esprime, in piccolo, l’anima più nascosta di un Paese in continua contraddizione con se stesso :«Qui, mentre da un lato della strada si insediavano le prostitute, dall'altro un prete predicava e distribuiva latte in polvere ai poveri; assistenti sociali offrivano assistenza mentre tossicodipendenti si accovacciavano sotto le scale per drogarsi; quelli che erano il centro giochi per bambini di giorno diventavano locali a 'luci rosse' di notte. Era un luogo molto complesso, difficile da generalizzare, un luogo che sembrava spaventoso ma dove la maggior parte delle persone continuava a condurre una vita normale. Un posto proprio come il resto di Hong Kong.»

* (City of Darkness: Life in Kowloon Walled City di Ian Lambot, Greg Girard) è un libro che racchiude le immagini meravigliose di quello che è stata la città di Kowloon e che mi ha permesso di vedere con i miei occhi quanto ho trascritto in questa pagina (parte del mio libro su Hong Kong) e ha reso le mie emozioni un po’ più reali. Ho trascorso con i miei nonni i primi anni della mia vita, vivendo in una casa (composta da un solo locale) con una piccola stufa come riscaldamento; per andare al bagno era necessario attraversare tutto il cortile e arrivare ad un piccolo “rifugio”, ovviamente senza riscaldamento e senza finestra. Questi, credo siano stati gli anni più felici della mia vita. Ricordo la mia infanzia fatta di momenti meravigliosi, di attimi infiniti che ancora mi corrono in soccorso durante le difficoltà. Vivevamo in 5 in quel piccolo locale e la domenica perfino in 10 per la cena con tutta la famiglia. Era una casa, la mia casa, piccola ma meravigliosamente carica di amore; il mio parco giochi erano il cortile e la strada, luoghi in cui trascorrere il tempo con i cugini e gli amici. Tutti insieme, tutti a condividere quello che avevamo, ad aiutarci, a sorriderci. Ricordo i pomeriggi, seduti all’ombra a giocare e a guardare le persone (i vicini, gli amici) camminare per strada, persone che non erano solo fantasmi ma che si fermavano a scambiare chiacchere, interessati reciprocamente alla salute l’uno dell’altro, ai problemi, alle belle novità. Le case di cortile, addossate le une alle altre, creavano comunità. Questa condivisione, questa umanità la ricordo benissimo; ora molti hanno la loro casa o villa privata, con riscaldamento, bagno e tutte le comodità, recintate e chiuse al mondo, e anche i rapporti umani ne risentono parecchio. Ciascuno vive la sua vita e spesso non si incontrano i vicini per intere settimane. Mi manca quel senso di stare insieme e baratterei quello che ho ora per poter rivivere anche un solo giorno di quella “scomodità” carica di amore. Per questo capisco benissimo la felicità di chi viveva in condizioni precarie nella città murata e comprendo il senso di smarrimento e di tristezza per il loro “piccolo mondo perduto”.
E’ proprio questa nostalgia che mi ha portato a far ‘rivivere’ il modello (in chiave positiva) della ‘città perduta’ nel mio libro ‘Lo Specchio dell’anima’, un romanzo fantasy che parla di una caccia al tesoro in un mondo rivoluzionato dal destino.
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